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Padre Pietro Bianchi Un nuovo Angelo canta le glorie del Signore
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Dopo una vita interamente dedicata alla sua opera di missionario, padre Bianchi è salito in Cielo da dove continuerà ad ispirare e sostenere tutti quelli che hanno condiviso la sua missione pastorale nella regione del Manipur, nella lontanissima India. Piangono la sua scomparsa i Mao-Naga fra i quali ha seminato la fede in Cristo, l'amore verso il prossimo e la carità cristiana. La sua opera sarà continuata dai suoi fedeli "discepoli" che raccoglieranno frutti copiosi seguendo l'esempio del loro "maestro". L'Associazione "Amici del Manipur" continuerà a sostenere le opere condivise cercando di onorare al meglio la sua memoria, grazie anche all'opera incessante di Giordano Gardini.
Qui sotto viene riportata intervista rilasciata da padre Bianchi nella sua ultima visita in Italia.
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Ricordo di Padre Bianchi tratto da "L'intervista della domenica" Nehru la definì "gioiello dell'India" perché la natura qui ha dato il massimo. Angolo , verde del nord-est asiatico, terra di confine e come tale crogiolo di culture e popoli, la regione del Manipur sembra plasmata ad arte tra valli e colline che accarezzano il cielo turchese.
Dopo due settimane di navigazione in compagnia di alcuni ebrei tedeschi in fuga da Hitler e un lunghissimo viaggio in treno da Bombay. Dall'alto dei suoi 85 anni, padre Pietro Bianchi è il più anziano missionario della Diocesi di Rimini. Della sua generazione, resta l'unico salesiano a vivere ancora in India e non ha nessuna intenzione di abbandonare la sua missione. A dire il vero, "Pitrein" così lo chiamavano nel paesino di Coriano dove è nato, sognava di andare in Giappone, perché qui c'erano già due missionari del suo paese. Invece niente Sol Levante, ma il mistero profondo e l'ignoto di una fiaba orientale. Chiamato da Dio ad accogliere e abbracciare la diversità. Tra hindu, buddhisti e una sterminata varietà di etnie e tribù. Tra raja, nomadi e signorie di guerrieri, passando attraverso conflitti mondiali e lotte intestine alla società indiana. Con incrollabile fede e determinazione, senza il lusso di piangersi addosso e con l'aiuto da lontano di pochi sostenitori e dei confratelli del ministero religioso. "Erano tempi in cui le missioni non avevano i mezzi odierni. Dimenticati dal resto del inondo, si andava avanti per crescere con amore quella radice di cattolicesimo che debolmente aveva resistito da fine Ottocento." Un'impresa apostolica coraggiosa. "L'India di allora era tutt'altro rispetto a quella di oggi. Mi trovai a dover gestire una parrocchia grande come l'Emilia-Romagna. Un territorio immenso, sperduto e molto povero. Frammentato dalle tante popolazioni diverse che formavano tante piccole comunità a sé, tanti piccoli regni dove comunque era lasciata una certa tolleranza sulla scelta del credo". Come vi siete integrati con i nativi inizialmente?
Come sieo cercato di costruire scuole soprattutto per aiutare i ragazzi anche a uscire dalla povertà e dall'arretratezza. Spesso era la nostra congregazione a pagare i maestri e ad aiutare gli studenti più poveri. Nel '58 con una festa memorabile abbiamo inaugurato la scuola S. Giuseppe di Sahiouba con stanze per i sacerdoti, una cappella e gli uffici, le aule scolastiche e un dormitorio e refettorio per gli interni. Allora, come oggi, anche se gli studenti sono aumentati, la vita di collegio si dipanava in tante attività educative e i ragazzi si impegnavano anche nell'apprendimento della musica e nella pratica sportiva. Nel Manipur mi preoccupavo che le comunità cattoliche avessero la loro scuoletta elementare, a quei tempi infatti il Governo non riusciva ad istituire luoghi per l'istruzione in tutti i villaggi. Il catechista era anche il maestro. Il richiamo evangelico `andare e insegnare' è un imperativo e porta alla conoscenza della verità in Gesù Cristo". Chi erano i suoi confratelli nella missione? "Si sono alternate tante persone straordinarie. Uno dei miei ricordi più cari è legato a padre Ravalico con il quale ero in perfetta sintonia. Insieme abbiamo condiviso l'inizio dell'opera a Manipur. Fu lui che volle trasformare il giardino della nostra casa in un campo da gioco per i bambini del vicinato. Padre Ravalico viveva veramente dello stesso spirito di Don Bosco che in mezzo ai bambini si sentiva sempre a casa. Io ero fortemente colpito dalla sua proiezione verso le persone e mi sforzavo di imitarlo ovunque potessi. E’ stato un privilegio lavorare con lui". Quale fu il periodo più difficile? "Durante la Seconda guerra mondiale, l'India era ancora sotto il dominio inglese. I poliziotti vennero a cercare noi italiani, inizialmente ci lasciarono agli arresti domiciliari, ma poi fummo portati nel campo di concentramento a Deoli. Qui trascorsi circa un paio d'anni poi nel'44 finalmente la liberazione". Sotto i suoi occhi è trascorso più di mezzo secolo di storia. Come definirebbe l'India di oggi? "La regione in cui vivo rappresenta una zona di confine in cui i problemi sociali del paese sono radicati relativamente. Qui ad esempio non si è mai avvertita più di tanto la divisione tra le caste. Un sistema che scendendo verso la pianura è più accentuato. Anche se le caste sono state formalmente abolite dalla costituzione dell'India moderna, persiste ancora oggi una resistenza all'uguaglianza, ma, tutto sommato, è un paese in rapida trasformazione". Quali sono i progetti in cui è impegnato oggi?
E' un completamento di quello che ci ha visto impegnati negli ultimi anni. Il centro di preghiera sorgerà nel villaggio e sarà anche scuola elementare (attualmente vi è soltanto una scuola superiore, ndr). Inoltre vorremmo ampliare il piccolo villaggio che abbiamo già costruito che attualmente è composto da dieci casette per i più poveri dei poveri dell'area, con un piccolo appezzamento di terreno dove coltivare verdura ed alberi da frutta e quattro risaie. Una casetta 10x6 metri quadrati con giardino e piccola risaia ci costa circa 5000 euro".
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